Introduzione: Oltre la Versione Ufficiale
La storia del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro, così come ci è stata raccontata per decenni, è impressa nella memoria collettiva della nazione. È la cronaca di un attacco frontale allo Stato: il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse, un'organizzazione terroristica all'apice della sua ferocia, rapisce il presidente della Democrazia Cristiana e massacra la sua scorta in Via Fani. Seguono 55 giorni di angoscia, al termine dei quali lo Stato, impreparato e paralizzato dalla linea della fermezza, non riesce a salvare la vita dell'ostaggio. Il corpo di Moro, restituito il 9 maggio in una Renault 4 rossa in via Caetani, divenne il simbolo tragico di un epilogo che lo Stato, apparentemente, non seppe o non volle evitare.
Questa versione, pur corretta nella sua tragica essenza, è tragicamente incompleta. Documenti parlamentari, testimonianze giurate e inchieste giornalistiche, emersi nel corso degli anni, hanno progressivamente eroso la facciata della narrazione ufficiale, svelando un retroscena molto più complesso e inquietante. Un quadro torbido in cui le Brigate Rosse, pur essendo gli esecutori materiali, sembrano muoversi all'interno di un perimetro controllato da altri, tra ombre di apparati dello Stato, depistaggi deliberati e presenze inaspettate sulla scena del crimine.
Questo articolo esplorerà cinque aspetti sorprendenti e contro-intuitivi della vicenda, basandosi esclusivamente su fonti documentali e atti parlamentari. Non si tratta di dietrologia, ma della cronaca documentata di come una parte dello Stato e dei suoi alleati internazionali non solo non vollero salvare Aldo Moro, ma lavorarono attivamente affinché l'esito fosse quello più tragico.
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1. L'agguato di Via Fani non fu solo un'operazione brigatista
Contrariamente a quanto affermato dai brigatisti, che hanno sempre descritto l'operazione come un'azione militarmente "pulita" e autonoma, la scena del crimine di via Fani era tutt'altro che isolata. L'analisi documentale e fotografica restituisce l'immagine di un'area presidiata da veicoli e persone riconducibili ad apparati dello Stato e a organizzazioni paramilitari, posizionati in punti strategici. Sul lato destro della strada, al posto del furgone del fioraio Antonio Spiriticchio (le cui gomme erano state squarciate nella notte), era parcheggiata un'Austin Morris blu. I documenti del Pubblico Registro Automobilistico provano che apparteneva all'Immobiliare Poggio delle Rose, una società di copertura dei servizi segreti. La sua funzione era duplice: impedire ogni via di fuga all'auto di Moro e fornire riparo ai killer che sparavano da quel lato. Poco più in là, sul lato sinistro, una Mini Cooper di proprietà di Tullio Moscardi – ex ufficiale dei Nuotatori/Paracadutisti della Decima MAS e reclutatore di sabotatori per le reti clandestine – svolgeva una funzione speculare. Anche questa vettura offrì riparo ad altri killer, intervenuti a dare manforte ai brigatisti nello sparare contro l'Alfetta della scorta. Infine, subito dopo la strage, in un caos di sirene che tardavano ad arrivare, un'Alfasud beige targata Roma S88162 comparve quasi istantaneamente. La targa risultò appartenere al Ministero degli Interni. La sua rapidissima apparizione dimostra l'esistenza di un canale radio perfettamente funzionante con il Viminale, in netto contrasto con la narrazione ufficiale dell'inefficienza e della confusione.
La presenza fisica di veicoli legati ai servizi segreti e a figure dell'eversione atlantica sulla scena del crimine suggerisce uno scenario ben diverso da quello di un semplice atto terroristico. Indica una complicità diretta o, quantomeno, una supervisione dell'operazione da parte di entità esterne alle Brigate Rosse, riconducibili a settori dei servizi segreti e a strutture dell'eversione atlantica come la rete Gladio.
2. La "fallimentare" ricerca dello Stato fu una deliberata messinscena
L'inefficienza dimostrata dalle forze dell'ordine durante i 55 giorni del sequestro fu costellata di errori così macroscopici e sistematici da apparire intenzionali. Più che di un fallimento, le carte processuali e parlamentari parlano di una precisa volontà politica e operativa di non trovare Aldo Moro.
L'inadeguatezza iniziò fin dai primi minuti, con il capo dell'UCIGOS che diramò l'ordine di attivare il "Piano Zero", un piano di emergenza che a livello nazionale non esisteva, generando solo confusione. Ma l'episodio più emblematico fu quello del covo di Via Gradoli. Una soffiata aveva indicato l'edificio come possibile luogo di prigionia. L'operazione di perquisizione fu condotta dal vicecapo della Mobile di Roma, Elio Cioppa, membro della loggia massonica P2. Nonostante l'ordine esplicito di sfondare le porte chiuse, Cioppa si fermò proprio davanti all'appartamento che, come si scoprì un mese dopo, era la base principale dei brigatisti.
Il ruolo della Loggia P2 fu centrale nel depistaggio delle indagini. Figure chiave dei servizi segreti (SISMI, SISDE) e dei comitati di crisi istituiti da Cossiga, come i generali Giuseppe Santovito e Walter Pelosi, erano tutti membri della P2 di Licio Gelli. Furono loro a indirizzare le ricerche verso piste palesemente false, come quella di terroristi tedeschi o giapponesi, mentre la prigione di Moro si trovava a Roma. La Commissione parlamentare presieduta da Leonardo Sciascia descrisse con parole durissime la natura farsesca di quelle operazioni:
...in quei giorni si fecero operazioni di parata più che ricerche. Ed incontrovertibile che chi volle, chi assentì, chi nulla fece per meglio indirizzare il corso delle cose, va considerato — nel grado di responsabilità che gli competeva — pienamente responsabile.
Analizzando i fatti, emerge un quadro sconcertante: non si trattò di un fallimento dello Stato, ma del successo di una precisa parte dello Stato che operò attivamente per impedire il ritrovamento e la liberazione di Aldo Moro.
3. Un "consulente" americano guidò l'Italia verso la morte di Moro
Mentre l'Italia era sospesa tra speranza e angoscia, al fianco del Ministro dell'Interno Francesco Cossiga operava in segreto una figura chiave: Steve Pieczenik. Consulente del Dipartimento di Stato USA ed esperto di antiterrorismo, la sua presenza fu tenuta nascosta per anni persino alla Commissione parlamentare d'inchiesta. I documenti da lui prodotti, desecretati solo decenni dopo, rivelano una strategia agghiacciante.
Basandosi sul suo documento "IPOTESI SULLA STRATEGIA E TATTICA DELLE BR E IPOTESI SULLA GESTIONE DELLA CRISI", l'obiettivo primario non fu mai salvare la vita di Moro. La priorità era sfruttare il rapimento per sconfiggere politicamente le Brigate Rosse e "stabilizzare" l'Italia secondo gli interessi geostrategici degli Stati Uniti, impedendo l'accesso del Partito Comunista al governo.
Il punto più cinico e spietato della sua analisi strategica è la conclusione che la morte di Moro fosse un risultato auspicabile. Uccidere l'ostaggio, scrive Pieczenik, era una mossa "controproducente per le Br", un atto che le avrebbe isolate e delegittimate. Pertanto, la strategia del governo doveva mirare a manipolare psicologicamente i terroristi per indurli a compiere proprio quel gesto. Le sue tattiche furono precise: isolare la famiglia Moro per impedirle di avviare trattative private, ridurre l'interesse della stampa e controllarne le notizie per avere il pieno controllo della narrazione pubblica. Questa consulenza "alleata" non mirava a risolvere la crisi, ma a pilotarla verso l'esito più tragico, relegando la vita di Aldo Moro al rango di danno collaterale, sacrificabile sull'altare di più ampi obiettivi geopolitici.
4. Lo Stato creò un falso comunicato BR per spingerle a uccidere
Il 18 aprile 1978, l'Italia fu scossa dalla diffusione di un comunicato, apparentemente delle BR, che annunciava la morte di Aldo Moro e indicava il suo corpo nei fondali del Lago della Duchessa, un piccolo specchio d'acqua in montagna tra Lazio e Abruzzo. La notizia, inizialmente ritenuta autentica, portò a una massiccia e inutile operazione di ricerca in condizioni proibitive. Il comunicato si rivelò un falso.
L'autore materiale fu identificato in Antonio Chichiarelli, un falsario legato sia alla banda della Magliana sia, come emerso in seguito, ai servizi segreti. Ma il retroscena più sconvolgente è che l'idea di questa macabra messinscena nacque all'interno degli stessi apparati dello Stato. Fu il magistrato Claudio Vitalone ad ammettere di aver suggerito, durante una riunione, di "far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le Br".
La conferma definitiva arrivò dallo stesso Steve Pieczenik. L'operazione del falso comunicato, confessò, fu una precisa "operazione psicologica" decisa nel comitato di crisi per due motivi: preparare l'opinione pubblica alla morte di Moro e, soprattutto, intrappolare psicologicamente le Brigate Rosse, spingendole verso l'omicidio. Dopo che lo Stato aveva annunciato la morte dell'ostaggio, per i brigatisti diventava quasi impossibile liberarlo, perché sarebbe apparso come un segno di debolezza. Come disse Pieczenik:
Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo è il grande dramma di questa storia.
È uno degli episodi più gravi della storia repubblicana: lo Stato, invece di combattere i terroristi, ne imita i metodi, producendo un falso per manipolarli e spingerli a commettere l'omicidio dell'ostaggio che avrebbe dovuto salvare.
5. Gli USA avevano minacciato direttamente Moro per la sua politica
Per comprendere l'ostilità di apparati nazionali e internazionali verso Aldo Moro, è necessario tornare indietro di qualche anno e analizzare il movente politico. La visione di Moro, il "compromesso storico", mirava a portare il Partito Comunista Italiano, il più grande d'occidente, nell'area di governo per stabilizzare la democrazia italiana. Questo progetto era visto come fumo negli occhi dall'amministrazione americana.
L'episodio chiave avvenne durante una visita ufficiale a Washington. In un "tesissimo colloquio", il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò direttamente Aldo Moro. Come testimoniato da Corrado Guerzoni, stretto collaboratore dello statista, Kissinger espresse l'assoluta contrarietà americana a qualsiasi apertura al PCI, minacciando la revoca degli aiuti economici e ventilando per l'Italia uno "sbocco di tipo cileno", un chiaro riferimento al sanguinoso golpe contro il governo di Salvador Allende. Lo scontro fu, secondo Guerzoni, "talmente forte, aspro e minaccioso" che il giorno seguente Moro accusò un malore e manifestò la volontà di ritirarsi temporaneamente dalla politica.
Questo antefatto getta una luce sinistra sulla mattina del 16 marzo 1978. L'agguato di via Fani non avvenne in un giorno qualsiasi. Avvenne nel momento esatto in cui il nuovo governo Andreotti, nato grazie alla mediazione di Moro e con l'appoggio esterno del PCI, stava per ricevere la fiducia in Parlamento. La visione politica di Moro, così duramente osteggiata dagli Stati Uniti, si stava per concretizzare. L'eliminazione fisica e politica di Aldo Moro, in quel preciso istante, serviva a bloccare quel processo. Questo offre un potente movente per cui attori internazionali e apparati "atlantici" interni all'Italia, come la struttura segreta Gladio, avessero tutto l'interesse a fermarlo.
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Conclusione: Una Verità Ancora Sepolta
I cinque punti analizzati non negano né diminuiscono la responsabilità materiale e morale delle Brigate Rosse nell'assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Al contrario, la inseriscono in un contesto molto più ampio e torbido, un intreccio di complicità, manipolazioni e interessi convergenti in cui settori deviati dello Stato italiano, la loggia massonica P2 e potenze straniere hanno giocato un ruolo decisivo, pilotando la crisi verso l'esito fatale.
La storia del caso Moro non è più solo la storia di un attacco terroristico, ma la cronaca di un delitto di Stato. Una vicenda in cui la vittima designata, Aldo Moro, fu abbandonata e sacrificata da coloro che avrebbero dovuto proteggerlo, in nome di equilibri geopolitici e occulti giochi di potere. Se questi sono i fatti documentati emersi fino ad oggi, rimane una domanda inevitabile e inquietante: quante altre verità sul caso Moro e sulla storia della nostra Repubblica giacciono ancora sepolte sotto il peso dei segreti di Stato?

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